Cucina delle erbe e dei fiori SETTIMANA DELLA CUCINA DELLE ERBE E DEI FIORI

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Ormai è una moda che dilaga da qualche stagione nei ristoranti più chic ed ha già contagiato il mondo dei foodies della rete che, pubblicando ricette e fotografie sempre più curate, sono spesso invogliati all’uso di erbe e fiori nel piatto. Fanno molta allegria, è vero, e danno alle nostre pietanze un aspetto fresco, una sensazione fragrante e un tono indiscutibilmente elegante.
Ma aggiungere ai propri piatti un tocco di colore con un fiore, o una nota leggermente aspra con qualche fogliolina speciale, non è solo parte del desiderio di abbellire il piatto: accade sempre più spesso che anche chef molto noti manifestino un interesse crescente verso l’uso di piante spontanee per i propri piatti più ricercati.
Aumentano anche in rete, gruppi di appassionati raccoglitori d’erbe che si confrontano con l’obiettivo di imparare a conoscere, e riconoscere, sempre meglio questi preziosi doni, spontaneo regalo della natura. Spesso sono il bottino di una bella passeggiata nella natura, in assoluto relax e respirando aria buona.

Alimentarsi con le erbe spontanee è qualcosa che ci appartiene in maniera profonda, fa parte del nostro patrimonio ancestrale. Fin dal Neolitico si raccoglievano erbe e frutti spontanei. Mentre agli uomini era destinata la caccia, delle donne era il compito di occuparsi dell’alimentazione, della raccolta e della selezione di frutti ed erbe.
Gli antichi erbari e i testi sulle piante medicinali, dove si conservavano le informazioni sugli usi delle erbe e dei fiori, sono i primi esempi di quella che, in epoca recente, diverrà una vera e propria disciplina, l’etnobotanica, che si occupa tanto di agricoltura, fitoterapia, etnoveterinaria, quanto di riti religiosi, credenze popolari e riti magici.
L’etnobotanica ricostruisce in maniera abbastanza intuitiva lo sviluppo empirico di questa parte della cultura popolare: è facile immaginare come l’uomo antico abbia potuto cercare di comprendere quali erbe fossero commestibili… più spesso osservando le abitudini degli animali, ma talvolta anche “tentando” e sbagliando, con conseguenze spesso tragiche.

L’aspetto intrinseco alla commestibilità delle erbe e dei fiori spontanei, il più prezioso ed insostituibile, è però quello delle virtù terapeutiche di cui sono portatori. Un sapere tutto femminile, questo dell’uso officinale delle piante, che origina proprio dal lasciare alle donne il compito della raccolta e della preparazione, attività che si affiancavano a quelle quotidiane di accudimento e cura dei familiari. E’ in questo mondo fatto di donne “curatrici”, che affonda le sue radici la nascita di questo sapere, preparare rimedi e cure. Una competenza tramandata quasi sempre oralmente da madre a figlia, da nonna a nipote e che, in epoche difficili e buie ha sostituito la medicina ufficiale per intere classi di popolazioni tra le meno abbienti. L’insieme di queste conoscenze si rivelò particolarmente prezioso in tempi di carestia, o di guerra, quando il saper raccogliere le erbe spontanee poteva regalare un pasto e, letteralmente faceva la differenza tra il sopravvivere, oppure no.

Purtroppo, durante il XIV sec., quando oltre alle carestie anche la peste imperversava, il clima di insicurezza di un momento storico così faticoso divenne terreno facile per credenze e superstizioni: gli spiriti del male si nascondevano ovunque, la Chiesa indagava le pratiche popolari dei rimedi e delle cure naturali come qualcosa di misterioso e pericoloso; la fame e la paura fecero il resto. La caccia alle streghe e l’Inquisizione imperversarono per oltre due secoli. Furono le donne ad esserne maggiormente colpite, proprio nella parte più Sacra, quella delle intuizioni e del sentire, che permetteva loro di conoscere le “virtutes herbarum”, le virtù delle erbe.
Un regolamento sull’uso delle erbe spontanee e la loro funzione terapeutica venne sancito dal Concilio di Trento (metà ‘500), che bollò come atti di stregoneria gran parte dei rimedi fino ad allora adottati. Con questo metodo si creò una frattura tra la medicina popolare praticata soprattutto dalle donne, e quella accademica esercitata dagli uomini delle comunità religiose.
Le fate erbe vennero così trasformate in strumenti da streghe, e il loro “dominio” concesso solo al potere maschile. 
Intere generazioni scibile femminile andarono quasi perse, e con esse anche la capacità di saper riconoscere e raccogliere le erbe e i fiori, che divenne qualcosa da nascondere e da custodire in segreto, pena la possibilità di essere accusate di stregoneria.

Il “dominio” maschile fu per secoli esercitato nei conventi dove, già dall’alto medioevo, i monaci coltivavano gli Hortus Simplicium medicamentorum (dal latino Medicina Simplex, termine usato per definire le erbe medicinali). In questi luoghi, piante “semplici” come la melissa, la verbena, la camomilla, l’achillea e molte altre, attraverso tinture alcoliche, macerati, decotti e sciroppi, continuarono ad essere lavorate, sulla scorta dei precetti derivanti da quel grande contenitore culturale che è l’esperienza popolare.

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