La privacy dei bambini nell’era di Facebook

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Su internet i bambini, come i gatti, sono ovunque. Negli Stati Uniti la maggior parte dei bambini di due anni (più del 90 per cento, secondo un sondaggio del 2010) ha già una presenza online. E la percentuale dei neonati supera l’80 per cento. Molti bambini debuttano online sotto forma di granulose macchie grigie, prima ancora di nascere, nelle immagini delle ecografie pubblicate sui social network.

A un certo punto, superata l’infanzia, questi bambini potrebbero rendersi conto che la loro identità online è già stata in parte delineata, di solito dai genitori. E visto che tutto quello che viene condiviso su internet può essere cercato e condiviso per molto tempo, questo duplice ruolo di genitori ed editori solleva una serie di problemi sulla privacy, sul consenso e più in generale sul rapporto tra genitori e figli.

Di conseguenza, ricercatori, pediatri e altri studiosi stanno cominciando a pensare a una campagna di sensibilizzazione su quello che a loro avviso è un conflitto d’interessi tra la libertà del genitore di pubblicare quello che vuole e il diritto del bambino alla privacy. “È raro che i genitori condividano le fotografie in malafede, ma a volte non si rendono conto dei pericoli legati alle informazioni che pubblicano su internet”, afferma Stacey Steinberg, che insegna legge al Levin college of law dell’università della Florida e dirige il centro per bambini e famiglie dell’istituto.

È tipico degli adulti, per esempio, annunciare la nascita di un figlio sui social network scrivendo il nome e la data di nascita ed esponendo il bambino al rischio di furti d’identità o rapimento digitale, quando cioè qualcuno prende le foto dei figli di qualcun altro e li presenta come suoi. Alcuni genitori pubblicano informazioni sul posto in cui si trovano i figli, mettendo potenzialmente a rischio la loro sicurezza, mentre altri condividono momenti d’intimità familiare.

Le conseguenze di questo meccanismo vanno oltre le questioni di sicurezza e chiamano in causa il nuovo modello di genitorialità

Nello studio Sharenting: children’s privacy in the age of social media, che sarà pubblicato nella primavera del 2017 sull’Emory law journal, Steinberg racconta l’episodio di una blogger che ha pubblicato le foto dei suoi gemelli mentre imparavano a usare il vasino. “In seguito ha scoperto che degli sconosciuti avevano avuto accesso alle foto, le avevano scaricate, modificate e condivise su un sito usato da pedofili”, scrive Steinberg. “Questa madre consiglia quindi di non pubblicare mai foto di bambini in situazioni in cui non sono vestiti, di usare le funzioni di ricerca di Google per capire se una foto pubblicata su internet è stata copiata e condivisa online e di rivedere il concetto di mamma blogger”.

“È colpa mia”, ha scritto la donna sul suo blog in un post del 2013, in cui parlava dell’incidente, avvertendo i lettori di fare più attenzione alle informazioni che pubblicano su internet. “Ho scattato io le foto e le ho condivise”.

Anche scegliere di condividere le foto usando un gruppo privato su Facebook o un account privato su Instagram non diminuisce i rischi. “Di solito in un gruppo privato c’è l’illusione che tutti quelli che ne fanno parte si conoscono e hanno gli stessi princìpi”, continua Steinberg. Quindi il genitore, o chi si occupa del bambino, non solo deve fidarsi del fatto che le persone con cui sceglie di condividere le immagini non le useranno in alcun modo, ma deve anche confidare nel fatto che quelle persone siano a loro volta attente alla privacy, abbiano il controllo su chi può usare i loro profili sui social network, e così via.

Impronte digitali
Molti genitori pensano che le impostazioni sulla privacy siano una rete di protezione sufficiente, scrive Steinberg, perciò “condividono le foto con il gruppo senza pensarci troppo. In realtà anche questi post possono raggiungere un pubblico molto vasto”.

Le conseguenze di questo meccanismo… continua a leggere l’articolo su Internazionale

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